venerdì 26 maggio 2017

PICCOLA RACCOLTA DI STORIE INCREDIBILI #3



Una scrittura "fastidiosa"


"[...]io avevo una sorta di religioso, e superstizioso, amore e terrore delle parole" 
( Tommaso Landolfi )

Il libro di oggi è "Ombre" di T.Landolfi, raccolta di racconti e articoli pubblicata per la prima volta nel 1954 da Vallecchi e riproposta nella collana Biblioteca Adelphi della omonima casa editrice nel 1994.

Autore di difficile inquadramento all'interno del panorama letterario italiano, i suoi racconti sono propriamente delle composizioni fantastiche nate da una riflessione critica della realtà, in grado di provocare un vero e proprio smarrimento nel lettore. 

Esemplari a questo proposito le novelle intitolate "Ombre", "La moglie di Gogol'" e "Lettere dalla provincia"; la loro lettura risulta "fastidiosa" proprio nella misura in cui l'autore riesce a cortocircuitare l'equilibrio tra credito e dubbio che caratterizza normalmente il fantastico, con il risultato di rimanere sempre sbalorditi e spaesati alla fine del racconto. 

Il mio racconto preferito è "La moglie di Gogol'", dove il narratore, presentatosi come amico/biografo di Gogol', ci narra della incredibile storia sentimentale tra il famoso scrittore e sua moglie ( peraltro mai avuta nella vita reale). Suddetta moglie si presenta come una bambola gonfiabile, modificabile a piacere secondo la libido e i gusti del marito; preso da una passione incredibile e sfiancato dalla complessità del rapporto, alla fine Gogol' decide di mettervi fine nella maniera più tragica possibile: facendo scoppiare la bambola e bruciandone i pezzi (analogamente a parte dell'opera dell'autore russo buttata nel fuoco e persa nell'oblio).

In conclusione, essendo Landolfi oggi poco noto al grande pubblico, sopratutto per la sua scrittura molto raffinata e "aristocratica" spesso di difficile comprensione, pare opportuno cercare di riportarlo in auge proprio per evitare che la sua eredità, proprio come la moglie di Gogol', venga "carbonizzata". 




Terrore all'italiana

"Mi chiamo Joseph Signoret. Loro mi hanno costretto ad aiutarli e dopo invece mi hanno ammazzato"

Tra le principali tangenti che l'uomo ha preso nell'abbandonare il circolo delle sue certezze razionali vi è quella dell'orrore. Il terrore ha fin da subito fatto prepotentemente capolino nel cinema fantastico, quel terrore ancestrale che l'uomo si porta dentro da "quando le fiere facevano sentire i loro ruggiti nel buio e le tempeste atterrivano gli uomini accucciati nelle caverne" (per usare le parole dell'autore che fra poco affronteremo). 

E allora iniziamo, un po' per meriti storici e un po' per patriottismo, a trattare l'orrore partendo da "I vampiri" (1957) di Riccardo Freda. 
La trama prende il via da una serie di misteriosi omicidi: alcune giovani donne vengono rapite e ritrovate, giorni dopo, uccise e completamente prive di sangue; sulle tracce dell'efferato assassino si mettono un giornalista e un ispettore di polizia. 
La pellicola, considerata il primo vero film dell'orrore italiano, è un ibrido tra film poliziesco e film gotico/horror, che si diverte a trarre in inganno lo spettatore già dal titolo: la soluzione del mistero sarà in realtà più fantascientifica che "vampiresca" nel senso popolare del termine. 
Il film trova la sua potenza nella dimensione visiva, resa indimenticabile dai tuttora incredibili effetti speciali a cura di Mario Bava (che ritroveremo più avanti nella rubrica nelle vesti di regista), e nell'equilibrio delicato che riesce ad ottenere tra razionale ed irrazionale. 
Un inizio di tutto rispetto per la scuola italiana dell'orrore, che tanto avrà da insegnare negli anni successivi.

venerdì 19 maggio 2017

PICCOLA RACCOLTA DI STORIE INCREDIBILI #2



Gioco di specchi

"Sii cosciente del fatto che la fantasia è sorella della menzogna, e perciò pericolosa" 
(Danilo Kis, Homo Poeticus)

Il libro di oggi è "Finzioni" di J.L.Borges (di cui consigliamo l'edizione Adelphi), raccolta di racconti scritti tra il 1935 e il 1944; nello specifico tratterò la mia novella preferita, nonché una delle più celebri: "Tlön,Uqbar, Orbis Tertius".

Il racconto inizia con una conversazione tra lo stesso Borges e il suo amico letterato Bioy Casares, con il primo colpito da una citazione di un misterioso eresiarca fatta dal suo amico in seguito alla visione di un "inquietante" e "mostruoso" specchio che riflette la stanza. Chiedendo delucidazioni, il narratore da qui in avanti si districherà in un vero e proprio labirinto bibliografico alla ricerca della veridicità dell'esistenza dell'eresiarca e della sua misteriosa patria: Uqbar. 
Procedendo nella sua ricerca, Borges non solo ottiene difficoltosamente informazioni su questo luogo misterioso, ma addirittura viene a scoprire l'esistenza di un intero mondo sconosciuto chiamato Tlön, di cui Uqbar fa parte. 
Questo porta a discussioni estese sulla lingua e la filosofia di Tlön, fino ad un finale sorprendente dove nel mondo reale iniziano ad apparire oggetti Tlöniani, iniziando di fatto la realtà cedere all'idea.

L'autore mescola magistralmente realtà e finzione, fino a rendere complicato per il lettore stesso riconoscere cosa sia vero oppure no ( interessante notare l'utilizzo di "documenti" da parte di Borges per dare un tono di veridicità al racconto, tecnica usata frequentemente dal poeta in tutta la sua produzione ).
Il racconto tratta di temi filosofici e linguistici in chiave fantastica, fino ad essere inteso da parte di alcuni critici come trattazione dell'idealismo Berkeleyano, da altri spassionata critica al materialismo; indubbiamente però l'autore ci porta a ragionare sul rapporto tra realtà e idee e sulla loro capacità di influenzarsi reciprocamente, come mostra chiaramente il finale del racconto.

In conclusione, leggere Borges non solo è piacevole e stimolante intellettualmente ma anche, per usare le parole di H.Bloom, "una lezione su come leggere tutti i suoi precursori".



Il seme della pianta futura

Muoversi all'interno del fantastico e districarsi tra le mille invenzioni dell'umana fantasia non è mai facile, occorre sempre cercare un punto fermo a cui approdare o da cui salpare. Per il cinema fantastico sicuramente uno dei porti più sicuri da cui partire è la fantascienza: già dagli esordi della settima arte la fantascienza faceva capolino con le pellicole di Méliès. Pur essendo esempi mirabili e di interessante sperimentazione, questo tipo di fantascienza era ancora legata ad una concezione favolistica e fantasiosa del genere. 

È con "Metropolis" (1927)1 di Fritz Lang, che la fantascienza comincia ad avere le basi e i canoni del genere che oggi intendiamo. Nell'anno 2026 un gruppo di ricchi industriali domina la futuristica città di Metropolis, mentre la classe proletaria lavora incessantemente nei sotterranei cittadini per far funzionare gli elaboratissimi macchinari che permettono alla città stessa di continuare ad esistere. Il figlio del miliardario imprenditore-dittatore di Metropolis, resosi conto delle condizioni inumane delle classi operaie, tenterà di cambiare l'ordine sociale con l'aiuto della maestra Maria, di cui si è follemente innamorato.
Mirabile esempio di fantascienza espressionista e futurista, la pellicola è una fucina di spunti tecnici, narrativi e di riflessione (nonostante la stroncatura di H.G. Wells)2. A partire dall'incredibile scenografia, proseguendo attraverso il tema del doppio, tanto caro a Lang, visto in chiave tecnologica, per finire con una commistione tra scienza e fantastico esoterico sbalorditiva, il film può essere considerato una delle cellule staminali della fantascienza che verrà. Abbandonati (anche se non del tutto) i vecchi lidi della fantascienza favolistica, il viaggio verso un genere più solido, più "serio" e forse per questo più inquietante, parte proprio dalla città di Metropolis.


1. Le versioni esistenti sono molteplici: la versione originale della pellicola andò perduta nella Seconda Guerra Mondiale. La pellicola pervenutaci è di 117 minuti, recentemente restaurata nella versione più simile all'originale, raggiungendo così la durata di 148 minuti.
Da segnalare anche la versione ridoppiata, colorizzata e con colonna sonora curata da Giorgio Moroder (1984, 87 min).


2. Qui il link alla recensione completa in lingua originale che H.G. Wells fece per il New York Times

venerdì 12 maggio 2017

PICCOLA RACCOLTA DI STORIE INCREDIBILI #1

Inizia oggi la "Piccola raccolta di storie incredibili", rubrica settimanale sulla letteratura e il cinema fantastico. Ogni venerdì parleremo di un libro e di un film legati al genere, cercando di esplorare le declinazioni, le sfumature e i contenuti che nel tempo lo hanno caratterizzato.

L'inizio di una nuova era

Le tematiche del soprannaturale sono sempre state centrali nella tradizione letteraria e le ritroviamo nelle più importanti opere.
"Una supposizione di entità, di rapporti o di eventi in contrasto con quelle leggi della realtà che sono sentite come normali o naturali in una situazione data". Questo il tentativo di definizione, tratta dal fantastico saggio recentemente pubblicato da Einaudi, del prof. Orlando, e attraverso questa proveremo a muoverci lungo il percorso.
"Immagino che un suicida con la pistola puntata alla tempia provi, circa quello che sta per capitargli, la stessa trepidazione che provai io in quel momento."
(il Viaggiatore del Tempo)

Il libro di oggi è "La macchina del tempo" di H. G. Wells, ripubblicato recentemente da Einaudi nella collana "Letture Einaudi" a cura di Michele Mari.
Romanzo pubblicato la prima volta nel 1895, vuole aprire questo percorso essendo da un lato uno dei primi esempi di letteratura fantascientifica e dall'altro un rimando al "viaggio nel tempo" che compiremo lungo il tragitto di questa rubrica. 
Ambientato nell'Inghilterra di fine '800, ha come protagonista un eccentrico scienziato, intento nel convincere i suoi ospiti della possibilità di poter viaggiare lungo il tempo. Convinto nei suoi intenti, il protagonista riuscirà non solo a costruire la macchina ma anche a compiere un viaggio, arrivando fino ad un'epoca dove saranno cambiate tante cose.
Oltre la sua importanza storica come uno dei progenitori di un genere di incredibile successo, l'opera sorprende ancora oggi per la sua attualità e vitalità come analisi sociale dei suoi tempi, e forse anche dei nostri; la civiltà futura in cui andrà a finire il protagonista non può non ricordare infatti da vicino la società britannica di fine '800 e tutte le sue contraddizioni, ricordando molto le storie londinesi di Dickens e tutta una ricca letteratura sul tema.





Il menestrello Burton

Definire il genere fantastico in ambito cinematografico è un'impresa forse più titanica di tante storie che lo stesso genere ci vuole narrare. Tra chi ascrive i film alla categoria del fantastico semplicemente in base alla presenza di elementi soprannaturali e chi dall'altro lato vorrebbe addirittura far coincidere il fantastico con il cinema in toto, in quanto composto da narrazioni di finzione, ci pareva giusto iniziare focalizzandoci sull'essenziale, sia del cinema che del fantastico: raccontare storie.

A questo punto, uno dei titoli più appropriati è senz'altro "Big Fish" (2003) di Tim Burton, storia delle storie incredibili della vita di Edward Bloom. La pellicola infatti si muove avanti e indietro nel tempo, partendo dal letto di morte di quest'uomo, raccontando attraverso le sue parole tutte le vicende incredibili di cui è stato protagonista. 
Accanto ad un Edward morente si trova il figlio, un trentenne sull'orlo della paternità, che si fa ascoltatore delle assurde storie di vita del padre con un occhio razionale e razionalista fino all'esasperazione. 
Proprio dal dualismo che si viene a creare tra i due, da un lato un cantastorie romantico e fantasioso e dall'altro uno spettatore scettico e seccato, sboccia la vera bellezza del film. Tra le due fazioni rappresentate, Burton (ovviamente) sceglie quella del padre-menestrello, ponendosi e ponendo agli spettatori dei dubbi legittimi: se le nostre vite non sono altro che una serie di ricordi soggettivi di chi le ha vissute, è proprio obbligatorio doverle raccontare in maniera oggettiva? È veramente necessario doversi piegare al buon senso e alla verosimiglianza, al puntiglio della razionalità, o in fondo è meglio ascoltare una bella storia, anche se incredibile?


Forse è proprio questo il primum movens del cinema fantastico.

lunedì 24 aprile 2017

RESISTERE TRA LIBRI E FILM

L'argomento della Resistenza è di per sé complesso e ricco di materiale. Attraverso la proposta di una scelta di libri e di film intendiamo cercare di rispondere ad alcune questioni oggi più che mai urgenti: che cosa è stata la Resistenza? È riuscita nei suoi intenti iniziali? Qual è il suo rapporto con la nostra democrazia e la nostra Costituzione? Bisogna ancora oggi resistere?
Nel corso degli anni più generazioni di intellettuali hanno provato a rispondere a queste domande, e oggi noi, in prossimità della Festa di Liberazione, sentiamo il bisogno di recuperare questi interrogativi.
Attraverso due percorsi distinti, ma che corrono su binari paralleli, proveremo a esplorare il fenomeno della Resistenza.

Resistenza: il movimento di lotta popolare, politica e militare che si determinò durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) nelle zone occupate dagli eserciti tedesco e italiano contro gli invasori esterni e contro i loro alleati interni e che a seconda dei Paesi ebbe caratteristiche, finalità e anche intensità diverse.(Enciclopedia Treccani online)

In Italia la Resistenza fu un movimento non solo di liberazione contro l'invasore nazista ma anche contro la Repubblica Sociale italiana, alleata con l'esercito occupante; questa lotta su un duplice fronte ha fatto assumere alla Resistenza anche i connotati di una guerra civile, segnando definitivamente la Storia d'Italia.

LETTERATURA E RESISTENZA

Nell'immediato dopoguerra l'esigenza di mettere per iscritto sensazioni ed esperienze personali appena passate divenne un bisogno urgente per gli italiani, e questo è ben evidente dall'abbondanza  opere che ha per tema l'esperienza della lotta partigiana.
La maggior parte di queste produzioni furono fortemente autobiografiche e improntate ad un resoconto il più possibile aderente alla realtà, come nel caso di “L'Agnese va a morire” della Viganò o in “I piccoli maestri” di Meneghello. La forza di questo genere di opere è l'importanza storica della testimonianza che ci lasciano, con una menzione speciale per “l'Agnese” avendo come protagonista una lavandaia di mezza età e ricordandoci che la lotta fu degli uomini quanto delle donne.

A fianco a questo genere di opere, sempre con una matrice autobiografica chiara, vi sono alcuni dei capolavori della letteratura italiana del secondo '900: “Una questione privata” di Fenoglio; “La casa in collina” di Pavese;  “Uomini e no” di Vittorini.
Fenoglio è forse , non a torto, il più grande cantore della resistenza e “Una questione privata” l'opera certamente più riuscita ;la vicenda ha come sfondo la guerra di resistenza nelle Langhe con protagonista un giovane partigiano di nome Milton. Il protagonista è innamorato di una giovane di nome Fulvia e spinto dal dubbio che ella abbia avuto una relazione con il suo migliore amico parte alla ricerca di quest'ultimo ( e possibilmente della verità ); il clima quasi cavalleresco del libro con lo sfondo storico della lotta partigiana rivela come la storia personale di ognuno di noi si unisca alla Storia universale in un continuum indistinguibile.
Pavese invece con “la casa in collina” mostra l'altra faccia della medaglia: quella del disimpegno;infatti il protagonista è un professore che vive con apatia e indifferenza il periodo della resistenza e nei suoi spostamenti in collina cerca di risolvere la sua “crisi esistenziale”. Scritto più filosofico che politico,dalla trama fantastica,è sicuramente un libro da leggere per capire meglio la resistenza e il rapporto degli intellettuali con essa.
Con Vittorini invece la questione filosofica dell'impegno si intreccia con l'etica: furono uomini i nazisti? E se non lo furono, chi commise tutte quelle atrocità? Cosa distingue un uomo da un non-uomo? Queste sono solo alcune delle domande che affliggono Enne 2 , capitano dei GAP a Milano protagonista del romanzo. Senza aver la pretesa di essere portatore della verità l'autore ci dà tanto da riflettere , con la speranza che studiando meglio il passato si possa costruire un futuro migliore.

Opera che cerca con stili e strumenti linguistici diversi dagli altri di esaminare il complesso fenomeno della resistenza è certamente “Il sentiero dei nidi di ragno” di Calvino. Il clima quasi fiabesco dell'opera vista dagli occhi di un bambino abbandonato a se stesso ( il protagonista Pin ) alla continua ricerca di amicizie risulta perfetto per cercare di esaminare i diversi tipi di uomini che animarono la  lotta partigiana. Che speranze avevano? Furono tutti uguali e spinti dalle stesse motivazioni?

A chiudere la rassegna di libri sulla resistenza italiana pare opportuno consigliare un altro capolavoro della letteratura italiana del secondo '900: “La ragazza di Bube” di Cassola.
Che esiti ebbe la resistenza sulle giovani generazioni che la combatterono? Il libro affronta il tema della resistenza e degli immediati anni del dopoguerra sullo sfondo di una storia d'amore degna della migliore letteratura d'amore. Disillusioni, ingiustizie, amori, fedeltà e speranze di un'intera generazione in quello che è forse il migliore libro di Cassola.

La resistenza come fenomeno europeo

La produzione letteraria nell'immediato dopoguerra fu vasta in tutta Europa, e un paese molto vicino a noi e affine culturalmente come la Francia, travolta e umiliata dalla sconfitta del giugno 1940,  non poteva non distinguersi nella letteratura sulla resistenza. Il romanzo forse migliore uscito sull'argomento è “Il silenzio del mare” di Vercors che racconta il mutamento d'animo di un ufficiale tedesco di stanza in Francia durante l'occupazione, passando da un entusiasmo quasi utopico di fratellanza fra i nemici storici Francia-Germania alla disperazione pura che culmina con la decisione, da parte dell'ufficiale, di partire per il fronte. Diffusosi in Francia come libro clandestino durante la guerra godette di buona fortuna nell'immediato dopoguerra grazie al suo stile leggero e grazioso. Per chi volesse approfondire l'argomento della resistenza nella letteratura francese è d'obbligo consigliare l'ottimo libro a cura di Walter Mauro “La Resistenza nella letteratura francese. Dalla II guerra mondiale all'Algeria”.

Sempre nell'ambito della resistenza come fenomeno europeo e trascendente il periodo della seconda guerra mondiale si può consigliare anche la lettura di “Sostiene Pereira” di Tabucchi. Il romanzo non solo ci da modo di conoscere la situazione del Portogallo Salazarista ma mostra, nella figura del dottor Pereira, che la resistenza non è per forza lotta armata e volta contro un nemico fisico ma è prima di tutto una resistenza intima, personale, contro se stessi.
Una breve citazione la merita anche “Treni strettamente sorvegliati” scritta dal maestro Hrabal, la resistenza è solo sfondo storico del breve romanzo dove domina ovunque invece “l'ironia praghese” tanta cara all'autore, nondimeno la bellezza del libro ne merita almeno una breve citazione.

Per chiudere il nostro percorso e avere un quadro più completo possibile della situazione si dovrebbe leggere infine “Eravamo ridiventati uomini” di Bobbio: raccolta di interventi, saggi brevi e interviste rilasciate nel corso degli anni dal compianto Professore. Di fondamentale importanza la sua lettura non solo per cercare di capire la resistenza ma sopratutto il suo stretto rapporto con la nostra democrazia e costituzione; inoltre il libro da modo di osservare l'evoluzione del pensiero e delle reazioni di un protagonista della resistenza sulla resistenza stessa man mano che gli anni passano, è per caso morta la resistenza? E se si, l'abbiamo uccisa noi?

Questo percorso di libri non vuole, almeno nelle intenzioni, essere solo una arida lista di classici accomunati dallo sfondo storico della resistenza, nasce più dall'esigenza di capire come e perché l'individuo sia portato a resistere, in quali modalità, e come questo rappresenti un baluardo della libertà umana.
Capire tutto questo oggi risulta sempre più urgente, sopratutto per le generazioni più giovani, per costruire un futuro sempre migliore.

Brevi menzioni


Scegliere una lista di libri è di per se una scelta faziosa, soggettiva e capricciosa. Non è stato facile scegliere solo alcuni dei tantissimi libri che popolano l'universo letterario; nondimeno sento almeno la necessità di citare, in ordine casuale, alcuni grandissimi libri che hanno animato e animano il nostro patrimonio culturale: “ Il giardino dei Finzi-Contini” di Bassani; “Cristo si è fermato a Eboli” di C.Levi ; “ Se questo è un uomo” di P.Levi; “ Il partigiano Johnny” di Fenoglio e ultimo, ma non per importanza, “Il mondo è una prigione” di Petroni.

IL CINEMA DELLA RESISTENZA

Forse il modo migliore per iniziare un percorso cinematografico attraverso la Resistenza è proprio  partire dal racconto di un viaggio. Nella fattispecie il viaggio che intraprende il sottotenente Alberto Innocenzi, protagonista di “Tutti a casa” (1960) di Luigi Comencini. La pellicola inizia con l'annuncio dell'armistizio di Cassibile, in virtù del quale il nostro protagonista, ufficiale fascista con poco senso marziale e molta nostalgia di casa, decide di intraprendere il viaggio per tornare dal padre a Roma partendo dal Veneto, dove si trova di stanza. In questa anabasi il protagonista, interpretato magistralmente da Alberto Sordi, sarà spettatore passivo di ingiustizie e atrocità, che vedranno vittime tutti i commilitoni con cui aveva intrapreso il cammino. La sua vigliaccheria gli impedirà di ribellarsi a questi soprusi fino ai momenti finali della storia, dove deciderà finalmente di essere attore e non più spettatore del teatro di battaglia italiano, partecipando alla rivolta delle quattro giornate di Napoli. In un sapiente mélange tra neorealismo e commedia all'italiana, Comencini ci restituisce in pellicola uno spaccato dell'Italia del tempo visto dagli occhi di un personaggio stereotipo dell'italianità più sfrenata, fatta di opportunismo ma anche di pietas, per  culminare infine nell'eroismo.
Il tema del riscatto è stato messo in risalto spesso all'interno della cinematografia della Resistenza e risponde ad un interrogativo molto semplice: partigiani si nasce o si diventa?
La risposta per la maggior parte degli autori pare essere la seconda, come ci spiega bene “Un giorno da leoni” (1961) di Nanni Loy. In questo film tre personaggi estremamente eterogenei (uno studente, un pavido ragioniere e un borsaro nero) si trovano costretti ad unirsi ad un gruppo di partigiani che ha la missione di far saltare in aria un ponte della ferrovia. La pellicola ha il pregio di tenersi lontana da una facile retorica e di mettere a fuoco le luci e le ombre di quel periodo storico e anche della Resistenza stessa (si prenda ad esempio la scena in cui i nostri sono costretti ad uccidere un compagno di università di uno dei protagonisti perché repubblichino). In questo contesto l'evoluzione dei personaggi verso una presa di coscienza del loro ruolo e di quello della lotta partigiana avviene in maniera coerente e sincera, per restituirci alla fine l'idea che ogni persona con un minino di bene dentro di sé non potesse evitare di finire a combattere, anche solo per far saltare un ponte.
Sempre seguendo il tema della ribellione all'oppressione e della lotta popolare, Loy l'anno seguente ha realizzato “Le quattro giornate di Napoli” (1962), rappresentazione cinematografica del primo grande episodio di insurrezione popolare contro il nazifascismo. In una Napoli devastata dai bombardamenti e oppressa dal giogo nazista, una popolazione ormai allo stremo decide di ribellarsi alle deportazioni di massa che il comando tedesco ha programmato nei giorni seguenti. Il film è corale, con tanti personaggi le cui storie vanno a intersecarsi ma non si sovrastano mai tra loro, rendendo l'immagine di una città che decide di ribellarsi per sfinimento e per orgoglio, riprendendo il filo narrativo lasciato da “Tutti a casa” proprio in questo momento storico.
Prima di muoverci al di fuori dei confini italiani e per concludere, forse un po' anacronisticamente, questo ciclo di film italiani sulla Resistenza, è doveroso citarne il capostipite, “Roma città aperta” (1945) di Roberto Rossellini. Tra i capostipiti e le pietre miliari del neorealismo, il film si dipana in una Roma post-armistizio, dove la resistenza è già attiva, e vede protagonisti diversi personaggi: un militante ricercato e un prete (Aldo Fabrizi) che cerca di aiutarlo, assieme ad un amico tipografo e la sua futura moglie (Anna Magnani). La rappresentazione di una Roma occupata, cupa e avvilente e di una popolazione sfibrata e furiosa (iconico il “Vammoriammazzato!” della Magnani rivolto ad un soldato nazista) è resa ancora più potente dalla scelta dello stile neorealista e dall'oggettività priva di retorica che questo veicola.

Oltrepassando i confini nazionali, il primo Paese che ha avuto una resistenza organizzata paragonabile a quella italiana è la Francia. A rappresentanza della filmografia di questo Paese sono stati scelti due film che per certi versi si trovano agli antipodi per l'approccio al tema ma che presentano un sicuro filo conduttore. Il primo è “Il treno” (1964) di John Frankenheimer: ispirato liberamente a fatti reali, è la storia di un gruppo di ferrovieri francesi e del loro tentativo di impedire ad un treno tedesco carico di opere d'arte di raggiungere la Germania. L'originalità del film si deve ricercare nell'aver inserito la tradizione storico-culturale di un Paese (qui rappresentata dai dipinti trafugati) tra i valori che la Resistenza deve difendere dall'occupazione straniera. E proprio in questo tema si va ad inserire anche “L'ultimo metrò” (1980) di François Truffaut, sebbene questa non sia affatto l'unica tematica affrontata dalla pellicola. La trama e i personaggi del film, ambientato  a Parigi nel 1942, ruotano attorno alla messa in scena di uno spettacolo teatrale: Marion Steiner, una celebre attrice passata dal cinema al teatro, dirige la compagnia in assenza del marito, Lucas Steiner, regista e impresario ebreo, che per sfuggire all'arresto si finge partito ed espatriato all'estero, mentre in realtà si nasconde nello scantinato del teatro. Per il ruolo di primo attore viene ingaggiato Bernard Granger, giovane irruento che ad insaputa dei colleghi fa parte della Resistenza.
La pellicola, a differenza de “Il treno”, è più sottile ma di certo non meno palese nei suoi intenti: innanzitutto quello di dare un'immagine della Parigi del tempo e di tanti piccoli atti di (r)esistenza quotidiana della popolazione e successivamente quello di voler narrare la volontà, nonostante l'occupazione, di mandare avanti l'arte teatrale, volontà incarnata magnificamente dal regista costretto a dirigere la sua rappresentazione dalla cantina del teatro. Ovviamente il film tratta anche di altre tematiche, tra quelle care a Truffaut, ma il filo che lo collega alle altre opere di resistenza, in primis con “Il treno”, è facilmente identificabile e di sicura importanza nell'ambito.

Muovendosi all'interno del continente, un'altra Resistenza all'occupazione nazifascista è stata quella opposta nei Balcani. Trovare un film prodotto in ex Jugoslavia che non sia di stampo decisamente propagandistico non è purtroppo facile, in quanto una discreta parte dell'industria cinematografica del dopoguerra in quel Paese prendeva i suoi fondi direttamente dalle casse statali. Per questo motivo il titolo più intellettualmente onesto che ci è sembrato opportuno proporre è “Tre” (1965) di Aleksandar Petrovic. Il regista serbo, che più tardi sarà anche accusato di simpatie anticomuniste, propone un film diviso in tre episodi che vedono lo stesso protagonista: nel primo questo giovane è un profugo di guerra, nel secondo è diventato un partigiano e cerca di sfuggire ad un plotone tedesco, nel terzo è ormai finita la guerra e come ufficiale dell'esercito jugoslavo deve decidere del destino di alcuni collaborazionisti. La bellezza della pellicola sta nella forza con cui questa si dipana attraverso due temi: quello della brutalità dell'occupazione nazista e insieme anche quello della brutalità della guerra, vista come il vero motore della perdita di umanità. Il nostro protagonista infatti, dopo aver imbracciato le armi ed essere stato costretto quindi a partecipare a questa guerra, nella parte finale sembra scivolare proprio oltre la barricata, dimenticando la sua umanità anche di fronte a inermi prigionieri collaborazionisti. Il film quindi pone l'accento sulla questione che ha sempre accompagnato la storia della Resistenza, quella della legittimità della lotta armata e delle sue conseguenze morali.
Un ultimo film da consigliare prima di cominciare a muoverci anche sulla linea temporale, oltre che su quella spaziale, è “Il labirinto del fauno” (2006) di Guillermo del Toro. La vicenda si vuole collocare alla fine della guerra civile spagnola, quando ancora un gruppetto di sparuti partigiani resiste al regime franchista. La Storia però fa da sfondo ad una favola, quella di una bambina, figliastra di un capitano dell'esercito franchista, che si trova sul fronte di questa guerra tra regime e partigiani,  vivendo un'avventura fantastica popolata da fauni e creature fiabesche. In questa favola nera del Toro tiene sapientemente aperte due linee narrative: quella della guerra tra regime e resistenza e quella fiabesca della piccola Ofelia. Queste due linee non sono però parallele e dunque mai destinate ad incontrarsi, ma si può considerare la seconda una figliazione della prima, la conseguenza di un disperato tentativo di fuga di Ofelia dalla brutalità della guerra e del franchismo verso un mondo fantasy dove si ripresentano in altro modo le stesse atrocità, ma dove lei è capace di opporvisi e lottare.

Un po' come nel canto di Natale di Dickens, dopo aver visitato i film della Resistenza passata, ci è sembrato giusto proporre anche i film di una possibile resistenza futura, tema estremamente ricorrente nella letteratura e nel cinema distopico.
Iniziamo questa cavalcata con “Fahrenheit 451” (1966) di François Truffaut, trasposizione cinematografica del celebre romanzo di Ray Bradbury. In un mondo futuro vengono vietati il possesso e la lettura di libri, le cui copie clandestine sono stanate e bruciate da un paradossale corpo dei pompieri. Il protagonista è proprio un membro di questo corpo che nel corso della storia comincia ad avere dei dubbi sulla sua funzione e a leggere clandestinamente di notte i libri che di giorno dovrebbe bruciare. Anche qui ricorre il tema della resistenza come salvaguardia del patrimonio culturale dei popoli, come già visto in altri termini ne “Il treno” e “L'ultimo metrò”, ma con una riflessione che pone più luci ed ombre su questa azione di salvataggio: i libri in questa società distopica sono osteggiati in quanto portatori di dubbi e domande, e quindi di infelicità. Vale la pena quindi salvare la cultura e dunque l'infelicità ancestrale che il genere umano si porta dietro?
Se “Fahrenheit 451” si pone il quesito della fatale infelicità insita nella natura umana, “Gattaca” (1997) di Andrew Niccol va ad affrontare il destino dell'uomo partendo proprio dalle basi biologiche della sua esistenza, ovvero il codice genetico (non a caso il titolo contiene solo le lettere iniziali delle quattro basi azotate che compongono il DNA). In questo mondo distopico il destino di un individuo è conosciuto fino dalla sua nascita grazie a speciali macchinari di lettura del DNA, venendo così a creare un nuovo tipo di razzismo, quello basato sul codice genetico. Il protagonista per poter realizzare i suoi sogni dovrà quindi lottare e ribellarsi per uscire dalla condizione a cui lo ha relegato il suo imperfetto genoma. In questa pellicola dunque la ribellione ad una società ingiusta si unisce ad una resistenza contro i fondamenti biologici dell'esistenza stessa, dando l'idea che l'individuo non possa essere decifrato partendo unicamente da una lunga stringa di quattro basi azotate.
Per chiudere l'ambito distopico della resistenza, ci pare giusto alleggerire il tema e proporre “Il dormiglione” (1973) di Woody Allen. In questa commedia il povero Mike Monroe (Woody Allen) si vede congelato a tradimento nel 1973 e risvegliato nel 2173 ad opera di alcuni scienziati impegnati nella resistenza ad un dispotico regime. Mike sarà quindi, suo malgrado, costretto ad unirsi alla resistenza in quanto persona non identificata dal Governo centrale e passerà attraverso diverse peripezie per cercare di sabotare un segretissimo progetto Aries. Nel film Allen si lascia andare ad una scanzonata parodia della letteratura e del cinema distopici, nonché di alcuni stereotipi delle resistenze armate e dei loro eroi nella Storia.

Dopo aver visitato il passato e i vari ipotetici futuri, riteniamo opportuno chiudere con un amaro presente, a dimostrazione del fatto che la resistenza non è stata confinata ad un preciso periodo storico e anche per fornire una riflessione sulle modalità della resistenza stessa nel mondo contemporaneo. Il film proposto è “Paradise now” (2005) di Hany Abu-Assad, di produzione e regia palestinesi, che narra le vicende di due ragazzi di Nablus reclutati, da parte della resistenza all'occupazione israeliana, per compiere degli attacchi suicidi a Tel-Aviv. La pellicola ha il pregio di mostrarci la vita e l'evoluzione emotiva di questi due ragazzi decisi al martirio, facendo anche una riflessione profonda sulle modalità con cui si porta avanti la resistenza all'occupazione israeliana. Se da un lato vi è da parte del regista una condanna alla scelta della lotta armata in favore di una resistenza pacifica, dall'altro lato viene mostrato in maniera precisa quali sono le condizioni di oppressione e di odio che possono spingere due ragazzi comunissimi alla scelta di togliersi la vita in nome della causa palestinese.


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