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venerdì 21 luglio 2017

RICAPITOLANDO...


Nel caso vi foste persi qualcosa

Arrivati alla decima tappa del percorso attraverso il fantastico, ricapitoliamo i titoli proposti fino ad ora!
  • #1 "La macchina del tempo" (H.G. Wells)
         "Big fish" (Tim Burton)
  • #2 "Finzioni" (J.L. Borges)
         "Metropolis" (Fritz Lang)
  • #3 "Ombre" (Tommaso Landolfi)
         "I vampiri" (Riccardo Freda)
  • #4 "Giro di vite" (Henry James)
         "Terrore nello spazio" (Mario Bava)
  • #5 "Le città invisibili" (Italo Calvino)
         "Accadde domani" (René Clair)
  • #6 "Martin il romanziere" (Marcel Aymé)
         "Il racconto dei racconti" (Matteo Garrone)
  • #7 "La metamorfosi" (Franz Kafka)
         "La mosca" (David Cronenberg)
  • #8 "Dall'inferno" (Giorgio Manganelli)
         "La casa" (Sam Raimi)
  • #9 "Il miracolo di Teofilo" (Rutebeuf)
         "Storia di fantasmi cinesi" (Siu-Tung Ching)
  • #10 "Dissipatio H.G." (Guido Morselli)
           "Tetsuo" (Shinya Tsukamoto)

Ad oggi abbiamo esplorato solo una minima parte del mondo del fantastico nel cinema e nella letteratura. Completata questa prima parte del percorso e riproponendoci nel prossimo futuro di ampliarlo, sospendiamo momentaneamente la Piccola Raccolta di Storie Incredibili e dalla prossima settimana inaugureremo una nuova rubrica settimanale tutta dedicata all'Italia!

venerdì 14 luglio 2017

PICCOLA RACCOLTA DI STORIE INCREDIBILI #10



"In città ero spettatore, qui io devo vivere. Dove sono andati. Perché sono andati."

Dissipatio M.G.


Il libro di questa settimana è "Dissipatio H.G." romanzo scritto da Guido Morselli e pubblicato postumo nel 1977 da Adelphi. Rappresenta l'ultimo romanzo di questo sfortunato scrittore (tutti i suoi libri verranno pubblicati postumi), precedente di qualche mese il suo suicidio.

Il titolo viene spiegato dall'autore stesso all'interno del libro ed è ispirato dal filosofo neoplatonico Giamblico; la sigla H.G. sta infatti per Humani Generis ("del genere umano") e dissipatio si può tradurre in "evaporazione". 
Difatti il libro è un romanzo di fantascienza post-apocalittica in cui il protagonista, dopo un tentativo fallito di suicidio, si ritrova unico abitante del globo terrestre. Non viene spiegato, e non è neanche importante dopotutto, il motivo di questa sparizione improvvisa dell'umanità e una volta accettatone il destino il protagonista si trova a ragionare sulla sua vita e sul concetto stesso di esistenza, sfiorando più volte la tematica del suicidio. 

Morselli tramite questo romanzo ci lascia una sorta di testamento poetico e filosofico del suo credo, una sorta di regolamento dei conti ma, ironia della sorte, senza morti e feriti,  piuttosto con una calma e una lucidità invidiabile (come ricorda lo stesso Manganelli in una recensione al libro). 
Giocando sul rovesciamento dei termini (il suicida è vivo e i vivi sono morti), l'autore ci regala pagine di pensieri memorabili su diversi temi, dalla società contemporanea alla antropologia,dalla filosofia all'ecologismo.

Autore per nulla (ri)conosciuto in vita, oggi entrato di diritto nel canone dei classici della letteratura italiana, la sua lettura si pone  sempre come una sfida e perciò assolutamente stimolante e consigliata.





Mutazione meccanica

Dopo esserci addentrati nel cinema di Hong Kong la scorsa settimana, rimaniamo ancora questa in estremo Oriente, per parlare di uno dei capostipiti del cinema cyberpunk giapponese: "Tetsuo" (1989) di Shinya Tsukamoto.

Un uomo, feticista del metallo, viene investito in strada da un modesto impiegato, che a seguito dell'incidente comincerà a trasformarsi gradualmente in un uomo-macchina, di cui ogni parte del corpo verrà inesorabilmente sostituita da freddo metallo.

Partendo da questa trama apparentemente semplice e scarna, Tsukamoto compie una serie di veri e propri atti di violenza verso lo spettatore, sia sul piano narrativo che sul piano visivo.
Dal punto di vista narrativo, la fabula e l'intreccio tendono a non coincidere mai, con una narrazione continuamente inframezzata da deliri e visioni del protagonista, che accompagnano la sua lenta trasformazione in macchina.
Dal punto di vista visivo, il regista sopperisce alla scarsità di fondi con una inventiva sconfinata e allucinata, utilizzando in maniera geniale la ripresa in stop motion, un trucco e dei costumi perfetti e un bianco e nero sporco ma calzante.

Dichiaratamente ispirato dai film di Cronenberg, Tsukamoto reinventa in chiave cyberpunk il tema della mutazione, per esternare in maniera violenta la sua paura per la dipendenza dell'uomo dalla tecnologia. Qui si compie l'atto di violenza più forte nei confronti dello spettatore, ovvero il costringerlo ad assistere senza censure alle estreme conseguenze del rapporto malsano tra uomo e macchine, culminante nell'iconica scena che potete ammirare nell'immagine qui sopra: l'orrendo uomo-macchina, nell'assumere la posa della statua della libertà, proclama l'inizio della sua crociata per la conquista dell'umanità.

venerdì 7 luglio 2017

PICCOLA RACCOLTA DI STORIE INCREDIBILI #9





"...lui fa l'orecchio da mercante, | e non si cura delle mie quisquilie. | Da parte mia gli farò uno sberleffo. | Vergogna a chi è contento di servirlo!"

Il primo patto con il diavolo


Il libro di questa settimana è "Il miracolo di Teofilo" (Edizioni dell'Orso), dramma liturgico in francese antico di Rutebeuf (messo in scena tra il 1263-64). 



Vi si racconta la storia di san Teofilo di Adana, della quale girarono diverse versioni nel corso degli anni, tra cui una molto celebre contenuta nella Legenda aurea. La leggenda godette di larghissima popolarità per tutto il medioevo, inoltre si può considerare una delle prime opere in letteratura ad introdurre "il patto" con il diavolo.



La trama parte proprio con il pio Teofilo che, destituito dalla sua carica dal nuovo vescovo , rinnega il proprio Dio e pieno di rancore riesce a incontrare Salatino, un ebreo capace di interagire con il diavolo.  

Grazie alla mediazione e all'incontro con il diavolo, il protagonista firma un patto con il sangue in cui certifica la sua abiura e l'asservimento al nuovo padrone; grazie a ciò il giorno successivo torna nelle grazie del vescovo e riottiene la carica perduta.
Dopo sette anni Teofilo però si pente del suo gesto e chiede l'intercessione della Vergine, la quale in prima istanza lo sgrida, poi resasi conto del suo sincero pentimento si promette di recuperare il documento del patto. 
La storia si concluderà proprio con il recupero della "charte" e la sconfitta del diavolo, permettendo al futuro santo di morire in possesso della propria anima.


L'elemento del fantastico è qui ben diverso dalle opere viste in precedenza, è un soprannaturale ancora ancorato alla religione, feudale, con una trama e uno stile relativamente semplici senza alcun tipo di indagine psicologica nella reazione dei personaggi. Interessante da notare l'insistenza del diavolo nel firmare un documento per attestare la servitù di Teofilo, quasi fosse una pratica burocratica a tutti gli effetti, ritrovandoci di fronte ad un vero e proprio atto di vendita notarile (acutamente Orlando in un suo saggio fa notare come agli occhi di un contemporaneo ciò risulti molto strano, questo a causa di una visione religiosa resasi negli anni più metafisica e spiritualizzata). 



L'opera si inserisce bene nel percorso del fantastico per la sua importanza storica, essendo uno dei primi racconti al soprannaturale ad ottenere ampio successo in giro per l'Europa e a introdurre il topos letterario del patto con il diavolo.


Dalla Cina con orrore

Se la scorsa settimana abbiamo parlato dei demoni "evocati" da Sam Raimi nei boschi americani, oggi riprendiamo il tema spostandoci però nell'estremo oriente con "Storia di fantasmi cinesi" (1987) di Siu-Tung Ching.

La pellicola, ambientata in un Medioevo fantastico, vede come protagonista il giovane esattore delle tasse Ning, spedito a raccogliere i tributi in una sperduta cittadina ai confini dell'Impero. Squattrinato e inumidito dalla pioggia che lo accoglie in paese, Ning decide di soggiornare in un tempio abbandonato, senza sapere che in realtà questo è dimora di fantasmi e demoni per nulla intenzionati a lasciarlo in pace.

Il film che prende il via da questo spunto di trama è uno dei gioielli della produzione di Hong Kong, un sapiente mélange di svariati generi cinematografici: si spazia dal film horror alle arti marziali, passando per il melodramma e la commedia, senza mai snaturare il film o i generi che esso contiene.
Il parallelo con Raimi fatto all'inizio non è casuale e si fa più forte ancora nel vedere i tanti spunti che Siu-Tung Ching prende dal regista americano (basti guardare la primissima scena e si riconoscerà la carrellata iconica de "La casa") adattandoli però alla sua ipercinetica idea di cinema e alle tradizioni sia della cultura cinese che del cinema di Hong Kong.

È proprio in questo saper mescolare con mestiere un grandissimo numero di influssi, di generi e di ispirazioni che si ritrova la forza del film, che rimane ad ora uno dei film di intrattenimento più interessanti della poliedrica produzione made in Hong Kong.

venerdì 30 giugno 2017

PICCOLA RACCOLTA DI STORIE INCREDIBILI #8



Inferno barocco

"Non so che mai sia l'inferno; io soggiorno da sempre in questo nonluogo; diciamo che sono un socio fondatore."


Il libro di questa settimana è "Dall'inferno" di Giorgio Manganelli (Biblioteca Adelphi), pubblicato per la prima volta nel 1985. 

Autore di numerose opere dalla trama e dalla forma complessa, da un lato ricorda molto Borges per il tentativo di mistificare la realtà attraverso il costante lavorio della scrittura ("Letteratura come menzogna"), dall'altra Landolfi per un certo gusto nel maneggiare la lingua italiana e perciò si inserisce perfettamente nel nostro percorso. 

L'opera è la storia di un viaggio in un inferno (o per meglio dire un non-luogo) atipico, senza fiamme né diavoli, senza dannati e senza colpe ma ciononostante sempre un luogo inquietante. Ad accompagnare il protagonista non si troverà un paterno Virgilio ma un ambiguo cerretano, non l'amata Beatrice ma una bambola-parassita poco rassicurante e durante lo stesso viaggio non gironi, colpe e dannati ma "minuti esseri" dalle forme e sembianze più strane.

Fra i romanzi dell'autore è certamente, come ricorda l'editore, il più audace sia nella forma che nel contenuto. Nonostante la sua difficile lettura (Arbasino vedeva in Manganelli un" neo-seicento iper-barocco") in un percorso sul fantastico non può mancare quest'ingegnosa opera, frutto di un grande talento letterario, forse il più retoricamente nevrotico del '900.



Il demone sotto le foglie

Se nella parte letteraria abbiamo affrontato un viaggio verso un atipico inferno, perché allora non ribaltare la prospettiva e vedere cosa succede quando i demoni vengono a visitare gli uomini e non viceversa?

Il film di questa settimana è dunque "La casa" (1981), esordio alla regia di un ventiduenne Sam Raimi. La pellicola vede cinque ragazzi andare a trascorrere le vacanze in una casetta nel bosco, dove per errore richiameranno alla vita dei demoni leggendo alcune pagine del "Necronomicon" (libro dei morti) di lovecraftiana memoria. Da qui partirà una notte di assedio da parte delle forze del Male, a cui i nostri protagonisti dovranno resistere almeno fino all'alba.

Il film è un'assoluta pietra miliare sia per quanto riguarda la produzione dello stesso Raimi, in quanto contiene già in potenza tutto ciò che andrà a comporre il suo stile eccessivo e parodistico, sia per il genere horror, che attingerà in futuro a piene mani da molte delle originalissime soluzioni visive e registiche di questo film. 
Le carrellate ondeggianti attraverso il bosco, le riprese fuori asse in stile fumettistico, gli zoom esasperati e le prospettive parossistiche vanno tutti a comporre un film votato all'eccesso (se non proprio alla parodia) ma che ciononostante non smette di inquietare anche lo spettatore più navigato, a trentasei anni dalla sua uscita.

Si consiglia anche di vedere "La casa 2" (1987), più remake che sequel del primo, girato dallo stesso Raimi, che sfrutta il budget più elevato per portare alle estreme conseguenze il suo personalissimo stile, regalandoci un film ancora più eccessivo nelle soluzioni e parodistico negli intenti.

venerdì 23 giugno 2017

PICCOLA RACCOLTA DI STORIE INCREDIBILI #7


Educazione kafkiana
"Quando Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme scarafaggio"

Il libro di questa settimana è "La metamorfosi" di Franz Kafka,  consigliato nella edizione Universale Economica Feltrinelli. L'opera, pubblicata per la prima volta nel 1915, è certamente il racconto più noto dello scrittore boemo e rappresenta una vera pietra miliare della letteratura mondiale.

La storia inizia con il protagonista, Gregor Samsa, che, svegliatosi la mattina, si ritrova trasformato in un gigantesco scarafaggio; da qui in avanti la storia si svolge del tutto naturalmente, da un lato nel tentativo da parte del protagonista di adattarsi alla nuova particolare situazione, dall'altro nel tentativo, almeno iniziale, da parte dei suoi famigliari a conviverci (vivendo Gregor insieme ai genitori e alla sorella).

Nel corso degli anni sono state proposte diverse teorie riguardo il significato allegorico del racconto, la più sostenuta delle quali scruta nelle intenzioni dell'autore la volontà di rappresentare l'emarginazione del "diverso" (lo scarafaggio) e la sua dura condanna da parte della società. 

Racconto ricco di spunti tematici, dal tema dell'alienazione a quello dell'ambiguità a quello del rapporto padre-figlio, quello che forse non si sottolinea mai abbastanza è la "forza" ivi presente del soprannaturale, un vero e proprio "pugno nel tavolo" come lo descrive Orlando, gettato con violenza fin dall'inizio dall'autore subito e tutto, senza peraltro mai spiegarne i motivi; il lettore deve accettare questa condizione imposta, pena l'interruzione della lettura.

In conclusione, leggere Kafka non è solo stimolante intellettualmente per tutti gli spunti e le tematiche che vi si trovano ma anche un atto di violenza, cui tutti almeno una volta nella vita dovrebbero sottoporsi.



L'esperimento del dottor C.
"Sono un insetto che ha sognato di essere un uomo e gli era piaciuto. Ma adesso il sogno è finito."
(Seth Brundle, uomo-mosca)

Il tema della metamorfosi è troppo affascinante per non cogliere la palla al balzo e, prendendo spunto dal racconto di Kafka di cui si è appena parlato, proporre "La mosca" (1986) di David Cronenberg.

La pellicola è un remake del celeberrimo "L'esperimento del dottor K." (1958), anche se parlare di remake è forse banalizzante nei confronti dell'opera di Cronenberg. È indubbio però che il fulcro narrativo sia lo stesso per entrambi i film: un incauto scienziato progetta e realizza una macchina per il teletrasporto. Nel provare su sé stesso il funzionamento della stessa, entrerà malauguratamente dentro il macchinario assieme ad una mosca, uscendone mutato in un essere a metà tra uomo e mosca.

Il consiglio è di vedere entrambe le pellicole, sia perché di sicuro valore cinematografico, sia per poter apprezzare meglio le modifiche e l'impronta che Cronenberg ha voluto lasciare su questo classico del cinema horror.
Il regista canadese ha infatti trovato nel film un soggetto perfetto da inserire nella sua poetica della mutazione: non a caso, a differenza del film originale, il nostro scienziato non uscirà dalla macchina praticamente già trasformato, ma andrà incontro ad un inesorabile processo di mutazione fisica e mentale che il regista non si risparmia dal mostrarci nei suoi minimi dettagli.
Coadiuvato da un trucco che gli è valso il premio Oscar nel 1987, Cronenberg ci mostra tutta l'orribile metamorfosi del protagonista nel suo stile asciutto e asettico, mostrando però in alcune scene una insolita (per lui) adesione emotiva nei confronti dell'unico esemplare della nuova specie di uomini-mosca, paradigmatico nel rappresentare l'ossessione del regista nei confronti del corpo e delle sue aberrazioni. 
A testimoniare quanto il tema della mutazione sia centrale per il suo cinema, il regista appare qui nel suo unico cameo all'interno di una sua pellicola: interpreta infatti il ginecologo che aiuta la fidanzata del protagonista a partorire una mostruosa larva in un incubo della donna. Difficile non interpretare la scelta come l'assunzione, da parte di Cronenberg, della responsabilità di portare alla luce attraverso il suo cinema le orrende mutazioni della nuova carne.

venerdì 16 giugno 2017

PICCOLA RACCOLTA DI STORIE INCREDIBILI #6


Ironie Française

"Non appena si avvicinava agli ultimi capitoli, gli eroi dei suoi romanzi gli si sgretolavano tra le mani. Provava in tutti i modi a metterli in salvo, ma c'era sempre qualche fatalità che glieli portava via."


Il libro di oggi è "Martin il romanziere" di Marcel Aymé, raccolta di racconti pubblicata recentemente da L'orma editore. Autore oggi poco conosciuto, Aymè è quello che si può considerare a tutti gli effetti un "classico minore", da riscoprire, nonostante la fama e gli attestati di stima (apprezzato da Queneau e Simenon tra gli altri) durante la sua attività letteraria.



I racconti all'interno di questo libro sono stati tratti da 4 diverse raccolte, tutte edite in Francia da Gallimard, e risultano l'approccio migliore all'autore essendo la storia breve la forma in cui riesce meglio a mostrare il suo stile e a sprigionare la sua fantasia. 

Aymé é difatti un autore "fantastico" e "ironico" nei veri sensi dei termini, riuscendo spesso attraverso lo sfondo fantastico, a volte propriamente paradossale, dei suoi racconti a mostrare lati della società e inclinazioni dell'animo umano, e ad analizzarli con un acume e un ironia unici nel suo tempo.


A esempio di quanto riportato sopra basti pensare all'assurdità che fa da sfondo a  "La carta del tempo" , nel quale si ipotizza l'utilizzo di una carta che ridurrà il tempo vitale dei soggetti "inutili", per far fronte alle difficoltà economiche della guerra, garantendogli solo un certo numero di giorni di esistenza ogni mese oppure all'incredibile ubiquitarietà di "Sabine" o alla particolare condizione di "Martin il romanziere" di non riuscire a terminare un opera senza la morte dei suoi protagonisti.


In conclusione consiglio vivamente di scoprire la lettura di Aymé, autore certamente sottovalutato, che in un continuo turbinio di risate e colpi di scena riesce, in un modo o nell'altro, a colmare un vuoto in una ideale biblioteca del '900: quello dell'ironia.


I racconti di un racconto

In questa nostra cavalcata all'interno del fantastico abbiamo per ora tralasciato un intero sottogenere che spesso viene fatto coincidere col genere stesso: il fantasy. 

Partiamo quindi per questa esplorazione di mondi lontani e magici con un titolo a noi vicinissimo nel tempo e nello spazio: "Il racconto dei racconti" (2015) di Matteo Garrone.
Adattamento di racconti tratti dalla raccolta di fiabe "Lo cunto de li cunti" di Giambattista Basile, il film mette in scena tre episodi distinti, uniti da due fili: uno di trama piuttosto sottile e uno di intenti decisamente evidente. 
In tutti e tre i racconti abbiamo dei regnanti come protagonisti: nel primo una regina ossessionata dal desiderio di maternità, fino alle estreme conseguenze; nel secondo un re, schiavo dei propri desideri carnali e vittima delle trame di due avide sorelle; ed infine nel terzo un regnante talmente assorto nell'accudire una pulce gigante da negligere completamente la sua unica figlia.

Garrone dimostra con questa pellicola di avere ben presente che nel fantasy l'estetica deve avere una dignità almeno pari con la narrazione: il film è un vero piacere per gli occhi, con inquadrature mai banali o patinate. Ad aiutarlo in questo una cura scenografica, fotografica e del trucco assolutamente di primo livello, con un ricorso rarissimo alla computer grafica. 
Venendo invece alla narrazione, il trait d'union dei tre episodi consiste nella rappresentazione dell'ossessione e nel desiderio senza confini o ritegno che provano i nostri protagonisti, ciascuno rivolgendolo ad oggetti diversi. Il film ci riporta così da un mondo magico e fatato rapidamente indietro nella nostra realtà e umanità, con tutte le sue aberrazioni, spogliandosi dell'epicità di solito riservata a questo genere di film e restituendoci quindi dei racconti di un racconto: quello del genere umano.






venerdì 9 giugno 2017

PICCOLA RACCOLTA DI STORIE INCREDIBILI #5





Poesie metropolitane


"cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio."


Il libro di oggi è "Le città invisibili" di Italo Calvino, romanzo sui generis pubblicato nel 1972. L'autore infatti concepì il libro mediante l'utilizzo della tecnica combinatoria, in modo tale il lettore si sentisse parte centrale dell'opera e giocasse con la stessa alla ricerca di combinazioni nascoste tra i vari capitoli.

Ambientato ai tempi della corte di Kublai Khan, il libro si presenta "come una serie di relazioni di viaggio che Marco Polo fa a Kublai Kan imperatore dei Tartari" (I.Calvino). Suddiviso in 9 capitoli, ognuno dei quali preceduto e seguito da una serie di riflessioni che si scambiano i due protagonisti, le varie città raccontate mostrano dei tratti tra loro comuni e vengono raggruppate in 11 serie, da 5 pezzi, alternate tra loro.
Grazie alla struttura dell'opera il lettore può decidere come meglio leggerla, seguendo o un raggruppamento o la divisione in capitoli o saltando liberamente da una città all'altra.

Nelle città invisibili non si trovano città reali, sono tutte inventate da Marco Polo in risposta alle domande sul enorme regno tartaro da parte dell'imperatore. Ogni città ha il nome classicheggiante di una donna, e dovrebbe fornire uno spunto di riflessione sulla città in generale.
Nell'opera infatti, per bocca dello stesso autore, tra la descrizione di una città ed un altra, si svolge "ora implicita ora esplicita, una discussione sulla città moderna...Che cosa è oggi la città, per noi? penso di aver scritto qualcosa come un ultimo poema d'amore alle città", e forse il miglior modo per leggere il libro è proprio come fosse una raccolta di poesie, una delle migliori del secondo novecento.






Profezie giornalistiche

Finora abbiamo proposto titoli tutto sommato cupi, a parte forse il primo consigliato, con poco spazio per commedia e leggerezza. Allora il titolo adatto a sdrammatizzare un po' quest'aria di fatalismo orrorifico/scientifico è "Accadde domani" (1944) di René Clair. 
In questa graziosa commedia fantastica, un giornalista comincia a ricevere ogni sera una copia del giornale della sera successiva, recapitatogli dall'archivista del giornale in cui lavora. Questa possibilità di sbirciare nel futuro fa ovviamente gola al nostro protagonista, che però col passare dei giorni e delle peripezie in cui si trova coinvolto, comincia a capire di aver ricevuto una maledizione più che un dono.

Clair, tra i maestri del cinema francese e mondiale, ci regala una commedia leggiadra e forse un po' ingenua, ma così delicata da creare una perfetta commistione tra fantastico e realistico, senza forzature che possano minare la sospensione dell'incredulità dello spettatore. 
Di particolare interesse sono anche la struttura stessa del film, dove la storia principale, ambientata nel 1903, è in realtà un flashback partito dal 1953 (10 anni dopo la realizzazione del film!) e tanti altri piccoli paradossi temporali, come la scena riportata in figura, dove al protagonista viene fatto notare che, essendosi seduto sugli archivi del giornale, è piombato in pieno 1843. 
Tutte queste inversioni paradossali tra "prima" e "dopo" sono richiami evidenti a quelle che saranno le vicende del protagonista, che cercherà di sfruttare queste bizzarre successioni temporali senza considerare che la veggenza, così come la conoscenza, porta con sé anche terribili conseguenze. 




venerdì 2 giugno 2017

PICCOLA RACCOLTA DI STORIE INCREDIBILI #4



Possono i libri far ancora paura?



"Potete immaginare che cosa fossero le mie notti, a partire da quella"


Il libro di oggi è "Giro di vite" di H.James nella traduzione di Fausta Cialente (ET classici Einaudi), romanzo breve pubblicato originariamente nel 1898 considerato tra i più celebri dello scrittore statunitense. 

Ambientato nell'Inghilterra vittoriana, il narratore è una giovane istitutrice cui vengono affidati due bambini, Flora e Miles, rimasti orfani e consegnati alle cure dello zio, il quale non avendo tempo per crescere i due li ha stabiliti in una dimora in campagna. 
In questo ambiente isolato dal mondo, e ricco di caratteristiche ambientali proprie del "gotico", la giovane protagonista sarà testimone di una serie di terribili apparizioni e cosa ancora peggiore si renderà conto che proprio i giovani fanciulli ne sono il bersaglio. 
Proprio nel rendere vittime di una storia di fantasmi due bambini consiste il "giro di vite" che James opera nel romanzo, intendendo con questa espressione "intensificare, aumentare il terrore".

Descritto inizialmente dallo stesso autore come "a bona fide ghost story", il romanzo intreccia magistralmente gotico e psicologico; ciò che pare veramente interessare James non è tanto la storia in sé o quanto credito il lettore darà alle parole dell'istitutrice o se la crederà pazza, ma come di fronte all'orrore reagisca l'animo umano.

Per tornare alla domanda nel titolo, in un mondo talmente dominato dalle immagini e dalla istantaneità con cui vengono condivise, verrebbe da rispondere di no, ma in seguito alla lettura di "Giro di vite" la risposta non pare tanto scontata.




Urla nello spazio

"Domani seppelliremo Garr; dovremo lasciare un'altra tomba su questo pianeta ostile"(Capitano Mark Markary)
Dopo due uscite dedicate rispettivamente a fantascienza e horror, è arrivato il momento di andare a vedere l'effetto che fanno questi due generi quando sono mischiati in maniera sapiente. 

Il film della settimana è "Terrore nello spazio" (1965) di Mario Bava, regista cui avevamo già accennato nella scorsa uscita. La pellicola vede protagonisti degli esploratori spaziali che, giunti sulla superficie di un pianeta sconosciuto con due astronavi, cadono vittime di una temporanea follia omicida. L'equipaggio di una delle due navicelle riuscirà ad uscirne indenne, mentre l'altra nave vedrà morire tutti i suoi occupanti. Mentre il capitano Markary e il suo equipaggio tenteranno di chiarire il mistero di questo pianeta, i loro compagni appena seppelliti, tornati apparentemente in vita, cercheranno di impadronirsi delle astronavi e dei loro occupanti.

Considerato uno dei capolavori della fantascienza italiana, "Terrore nello spazio" ci regala una prova magistrale di Bava, sia nelle vesti di regista, dove dimostra la sua bravura nel tenere alta la tensione fino ad un finale amaro ed ironico tipico del suo stile, che di capo degli effetti speciali, che ci spingono per tutta la pellicola a chiederci come sia riuscito a realizzarli.
Sebbene ci siano alcune ingenuità tipiche della fantascienza d'epoca, allo spettatore appassionato del genere questo film darà ogni sorta di soddisfazione: da un lato per la ripresa di alcuni temi classici del sci-fi, dall'altro per alcune innovazioni visive e narrative di livello assoluto (tanto da ritrovarle ben quattordici anni dopo in una delle pietre miliari del fanta-horror, "Alien" di Ridley Scott).
In conclusione, anche se "nello spazio nessuno può sentirti urlare", possiamo almeno essere certi che alcune di queste urla sono in italiano!

venerdì 26 maggio 2017

PICCOLA RACCOLTA DI STORIE INCREDIBILI #3



Una scrittura "fastidiosa"


"[...]io avevo una sorta di religioso, e superstizioso, amore e terrore delle parole" 
( Tommaso Landolfi )

Il libro di oggi è "Ombre" di T.Landolfi, raccolta di racconti e articoli pubblicata per la prima volta nel 1954 da Vallecchi e riproposta nella collana Biblioteca Adelphi della omonima casa editrice nel 1994.

Autore di difficile inquadramento all'interno del panorama letterario italiano, i suoi racconti sono propriamente delle composizioni fantastiche nate da una riflessione critica della realtà, in grado di provocare un vero e proprio smarrimento nel lettore. 

Esemplari a questo proposito le novelle intitolate "Ombre", "La moglie di Gogol'" e "Lettere dalla provincia"; la loro lettura risulta "fastidiosa" proprio nella misura in cui l'autore riesce a cortocircuitare l'equilibrio tra credito e dubbio che caratterizza normalmente il fantastico, con il risultato di rimanere sempre sbalorditi e spaesati alla fine del racconto. 

Il mio racconto preferito è "La moglie di Gogol'", dove il narratore, presentatosi come amico/biografo di Gogol', ci narra della incredibile storia sentimentale tra il famoso scrittore e sua moglie ( peraltro mai avuta nella vita reale). Suddetta moglie si presenta come una bambola gonfiabile, modificabile a piacere secondo la libido e i gusti del marito; preso da una passione incredibile e sfiancato dalla complessità del rapporto, alla fine Gogol' decide di mettervi fine nella maniera più tragica possibile: facendo scoppiare la bambola e bruciandone i pezzi (analogamente a parte dell'opera dell'autore russo buttata nel fuoco e persa nell'oblio).

In conclusione, essendo Landolfi oggi poco noto al grande pubblico, sopratutto per la sua scrittura molto raffinata e "aristocratica" spesso di difficile comprensione, pare opportuno cercare di riportarlo in auge proprio per evitare che la sua eredità, proprio come la moglie di Gogol', venga "carbonizzata". 




Terrore all'italiana

"Mi chiamo Joseph Signoret. Loro mi hanno costretto ad aiutarli e dopo invece mi hanno ammazzato"

Tra le principali tangenti che l'uomo ha preso nell'abbandonare il circolo delle sue certezze razionali vi è quella dell'orrore. Il terrore ha fin da subito fatto prepotentemente capolino nel cinema fantastico, quel terrore ancestrale che l'uomo si porta dentro da "quando le fiere facevano sentire i loro ruggiti nel buio e le tempeste atterrivano gli uomini accucciati nelle caverne" (per usare le parole dell'autore che fra poco affronteremo). 

E allora iniziamo, un po' per meriti storici e un po' per patriottismo, a trattare l'orrore partendo da "I vampiri" (1957) di Riccardo Freda. 
La trama prende il via da una serie di misteriosi omicidi: alcune giovani donne vengono rapite e ritrovate, giorni dopo, uccise e completamente prive di sangue; sulle tracce dell'efferato assassino si mettono un giornalista e un ispettore di polizia. 
La pellicola, considerata il primo vero film dell'orrore italiano, è un ibrido tra film poliziesco e film gotico/horror, che si diverte a trarre in inganno lo spettatore già dal titolo: la soluzione del mistero sarà in realtà più fantascientifica che "vampiresca" nel senso popolare del termine. 
Il film trova la sua potenza nella dimensione visiva, resa indimenticabile dai tuttora incredibili effetti speciali a cura di Mario Bava (che ritroveremo più avanti nella rubrica nelle vesti di regista), e nell'equilibrio delicato che riesce ad ottenere tra razionale ed irrazionale. 
Un inizio di tutto rispetto per la scuola italiana dell'orrore, che tanto avrà da insegnare negli anni successivi.

venerdì 19 maggio 2017

PICCOLA RACCOLTA DI STORIE INCREDIBILI #2



Gioco di specchi

"Sii cosciente del fatto che la fantasia è sorella della menzogna, e perciò pericolosa" 
(Danilo Kis, Homo Poeticus)

Il libro di oggi è "Finzioni" di J.L.Borges (di cui consigliamo l'edizione Adelphi), raccolta di racconti scritti tra il 1935 e il 1944; nello specifico tratterò la mia novella preferita, nonché una delle più celebri: "Tlön,Uqbar, Orbis Tertius".

Il racconto inizia con una conversazione tra lo stesso Borges e il suo amico letterato Bioy Casares, con il primo colpito da una citazione di un misterioso eresiarca fatta dal suo amico in seguito alla visione di un "inquietante" e "mostruoso" specchio che riflette la stanza. Chiedendo delucidazioni, il narratore da qui in avanti si districherà in un vero e proprio labirinto bibliografico alla ricerca della veridicità dell'esistenza dell'eresiarca e della sua misteriosa patria: Uqbar. 
Procedendo nella sua ricerca, Borges non solo ottiene difficoltosamente informazioni su questo luogo misterioso, ma addirittura viene a scoprire l'esistenza di un intero mondo sconosciuto chiamato Tlön, di cui Uqbar fa parte. 
Questo porta a discussioni estese sulla lingua e la filosofia di Tlön, fino ad un finale sorprendente dove nel mondo reale iniziano ad apparire oggetti Tlöniani, iniziando di fatto la realtà cedere all'idea.

L'autore mescola magistralmente realtà e finzione, fino a rendere complicato per il lettore stesso riconoscere cosa sia vero oppure no ( interessante notare l'utilizzo di "documenti" da parte di Borges per dare un tono di veridicità al racconto, tecnica usata frequentemente dal poeta in tutta la sua produzione ).
Il racconto tratta di temi filosofici e linguistici in chiave fantastica, fino ad essere inteso da parte di alcuni critici come trattazione dell'idealismo Berkeleyano, da altri spassionata critica al materialismo; indubbiamente però l'autore ci porta a ragionare sul rapporto tra realtà e idee e sulla loro capacità di influenzarsi reciprocamente, come mostra chiaramente il finale del racconto.

In conclusione, leggere Borges non solo è piacevole e stimolante intellettualmente ma anche, per usare le parole di H.Bloom, "una lezione su come leggere tutti i suoi precursori".



Il seme della pianta futura

Muoversi all'interno del fantastico e districarsi tra le mille invenzioni dell'umana fantasia non è mai facile, occorre sempre cercare un punto fermo a cui approdare o da cui salpare. Per il cinema fantastico sicuramente uno dei porti più sicuri da cui partire è la fantascienza: già dagli esordi della settima arte la fantascienza faceva capolino con le pellicole di Méliès. Pur essendo esempi mirabili e di interessante sperimentazione, questo tipo di fantascienza era ancora legata ad una concezione favolistica e fantasiosa del genere. 

È con "Metropolis" (1927)1 di Fritz Lang, che la fantascienza comincia ad avere le basi e i canoni del genere che oggi intendiamo. Nell'anno 2026 un gruppo di ricchi industriali domina la futuristica città di Metropolis, mentre la classe proletaria lavora incessantemente nei sotterranei cittadini per far funzionare gli elaboratissimi macchinari che permettono alla città stessa di continuare ad esistere. Il figlio del miliardario imprenditore-dittatore di Metropolis, resosi conto delle condizioni inumane delle classi operaie, tenterà di cambiare l'ordine sociale con l'aiuto della maestra Maria, di cui si è follemente innamorato.
Mirabile esempio di fantascienza espressionista e futurista, la pellicola è una fucina di spunti tecnici, narrativi e di riflessione (nonostante la stroncatura di H.G. Wells)2. A partire dall'incredibile scenografia, proseguendo attraverso il tema del doppio, tanto caro a Lang, visto in chiave tecnologica, per finire con una commistione tra scienza e fantastico esoterico sbalorditiva, il film può essere considerato una delle cellule staminali della fantascienza che verrà. Abbandonati (anche se non del tutto) i vecchi lidi della fantascienza favolistica, il viaggio verso un genere più solido, più "serio" e forse per questo più inquietante, parte proprio dalla città di Metropolis.


1. Le versioni esistenti sono molteplici: la versione originale della pellicola andò perduta nella Seconda Guerra Mondiale. La pellicola pervenutaci è di 117 minuti, recentemente restaurata nella versione più simile all'originale, raggiungendo così la durata di 148 minuti.
Da segnalare anche la versione ridoppiata, colorizzata e con colonna sonora curata da Giorgio Moroder (1984, 87 min).


2. Qui il link alla recensione completa in lingua originale che H.G. Wells fece per il New York Times

venerdì 12 maggio 2017

PICCOLA RACCOLTA DI STORIE INCREDIBILI #1

Inizia oggi la "Piccola raccolta di storie incredibili", rubrica settimanale sulla letteratura e il cinema fantastico. Ogni venerdì parleremo di un libro e di un film legati al genere, cercando di esplorare le declinazioni, le sfumature e i contenuti che nel tempo lo hanno caratterizzato.

L'inizio di una nuova era

Le tematiche del soprannaturale sono sempre state centrali nella tradizione letteraria e le ritroviamo nelle più importanti opere.
"Una supposizione di entità, di rapporti o di eventi in contrasto con quelle leggi della realtà che sono sentite come normali o naturali in una situazione data". Questo il tentativo di definizione, tratta dal fantastico saggio recentemente pubblicato da Einaudi, del prof. Orlando, e attraverso questa proveremo a muoverci lungo il percorso.
"Immagino che un suicida con la pistola puntata alla tempia provi, circa quello che sta per capitargli, la stessa trepidazione che provai io in quel momento."
(il Viaggiatore del Tempo)

Il libro di oggi è "La macchina del tempo" di H. G. Wells, ripubblicato recentemente da Einaudi nella collana "Letture Einaudi" a cura di Michele Mari.
Romanzo pubblicato la prima volta nel 1895, vuole aprire questo percorso essendo da un lato uno dei primi esempi di letteratura fantascientifica e dall'altro un rimando al "viaggio nel tempo" che compiremo lungo il tragitto di questa rubrica. 
Ambientato nell'Inghilterra di fine '800, ha come protagonista un eccentrico scienziato, intento nel convincere i suoi ospiti della possibilità di poter viaggiare lungo il tempo. Convinto nei suoi intenti, il protagonista riuscirà non solo a costruire la macchina ma anche a compiere un viaggio, arrivando fino ad un'epoca dove saranno cambiate tante cose.
Oltre la sua importanza storica come uno dei progenitori di un genere di incredibile successo, l'opera sorprende ancora oggi per la sua attualità e vitalità come analisi sociale dei suoi tempi, e forse anche dei nostri; la civiltà futura in cui andrà a finire il protagonista non può non ricordare infatti da vicino la società britannica di fine '800 e tutte le sue contraddizioni, ricordando molto le storie londinesi di Dickens e tutta una ricca letteratura sul tema.





Il menestrello Burton

Definire il genere fantastico in ambito cinematografico è un'impresa forse più titanica di tante storie che lo stesso genere ci vuole narrare. Tra chi ascrive i film alla categoria del fantastico semplicemente in base alla presenza di elementi soprannaturali e chi dall'altro lato vorrebbe addirittura far coincidere il fantastico con il cinema in toto, in quanto composto da narrazioni di finzione, ci pareva giusto iniziare focalizzandoci sull'essenziale, sia del cinema che del fantastico: raccontare storie.

A questo punto, uno dei titoli più appropriati è senz'altro "Big Fish" (2003) di Tim Burton, storia delle storie incredibili della vita di Edward Bloom. La pellicola infatti si muove avanti e indietro nel tempo, partendo dal letto di morte di quest'uomo, raccontando attraverso le sue parole tutte le vicende incredibili di cui è stato protagonista. 
Accanto ad un Edward morente si trova il figlio, un trentenne sull'orlo della paternità, che si fa ascoltatore delle assurde storie di vita del padre con un occhio razionale e razionalista fino all'esasperazione. 
Proprio dal dualismo che si viene a creare tra i due, da un lato un cantastorie romantico e fantasioso e dall'altro uno spettatore scettico e seccato, sboccia la vera bellezza del film. Tra le due fazioni rappresentate, Burton (ovviamente) sceglie quella del padre-menestrello, ponendosi e ponendo agli spettatori dei dubbi legittimi: se le nostre vite non sono altro che una serie di ricordi soggettivi di chi le ha vissute, è proprio obbligatorio doverle raccontare in maniera oggettiva? È veramente necessario doversi piegare al buon senso e alla verosimiglianza, al puntiglio della razionalità, o in fondo è meglio ascoltare una bella storia, anche se incredibile?


Forse è proprio questo il primum movens del cinema fantastico.